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Luca Pagano: 'Bene Fita e Coni, il boom eSports è vicino. Poker penalizzato dall'azzardo'

  • Scritto da Cesare Antonini

Gli eSports saranno riconosciuti sport: tra poker e videogiochi ecco l'analisi di Luca Pagano del team Qlash. 

Gli eSports hanno avviato il processo di riconoscimento all'interno del Coni trovando la loro “casa” nella Federazione Italiana Taekwondo. Ieri abbiamo dato la notizia analizzando anche il percorso passato del poker sportivo in Italia. E chi meglio di Luca Pagano, poker player, ex pro PokerStars e ora fondatore e owner del team di eSports Qlash può commentare con cognizione di causa questo storico passaggio? Il player trevigiano è passato dal poker vivendo tutte le fasi del mercato, al nuovo boom che è iniziato ad esplodere anche in Italia, quello dei videogiochi competitivi. 

 

E ora questa disciplina può davvero essere equiparata ad uno sport vero e proprio grazie anche alla parola del Comitato Internazionale Olimpico che l'ha catalogata come tale: “È senza dubbio un’ottima notizia per il movimento degli esport in Italia, consegnato ancora troppo a una nicchia rispetto al grandissimo potenziale che in tanti altri paesi ha già dimostrato – ha commentato Luca Pagano a Gioconews.it - siamo ancora agli inizi in Italia, ma già l’anno scorso qualcosa si è mosso, e non sto parlando semplicemente dell’entrata sul mercato del Team Qlash. Forse noi abbiamo acceso un’ulteriore miccia, ma soprattutto nella seconda metà del 2017 abbiamo assistito ad una serie di manifestazioni importanti dall’enorme successo, tanto che anche diversi media generalisti si sono interessati di esport. Ci fa piacere che la Fita abbia fatto questo passo importante. Speriamo che si tratti della classica palla di neve che rotolando arriva a formare una valanga”.
 
E' davvero necessario riconoscere gli esport come sport tradizionali o il fenomeno supera di gran lunga la portata di una disciplina sportiva? “Importante sì, necessario forse no. Già oggi in molti paesi del mondo, tra i cosiddetti millennials, gli esport sono molto più diffusi e seguiti degli sport tradizionali. Oggi i giovani guardano ai videogiochi non più soltanto come un passatempo, ma come vere e proprie discipline agonistiche che possono anche diventare un lavoro. Che gli esport vengano riconosciuti o meno dal Cio o da chi per esso – prosegue Pagano - poco cambia in realtà: questo settore è destinato ad un boom che nessuna sigla o nessuna categorizzazione potrà arrestare”.
 
Cosa manca davvero in Italia, rispetto agli altri mercati, per vivere ancora di più il boom delle competizioni e dei business che si possono scatenare? “Come dicevo poco fa, l’Italia è ancora piuttosto indietro rispetto ad altri paesi. E non serve spostarsi molto. Recentemente sono stato al Gamergy di Madrid – racconta Luca - dove ho incontrato i dirigenti dei Movistar Riders e dei Wizards Club, due team spagnoli. In Spagna gli esport sono seguitissimi, ci sono decine e decine di team e i Riders hanno una struttura da far invidia a un top club del calcio, dove oltre a poter ospitare i propri giocatori possono anche produrre contenuti, organizzare tornei e quant’altro. Un po’ come abbiamo cominciato a fare anche noi con la Qlash House. In Italia manca prima di tutto una cultura che altrove invece si è già formata. Qui da noi il videogioco viene ancora visto come una perdita di tempo, una distrazione. Per non parlare delle infrastrutture: la fibra ottica, necessaria per giocare e per organizzare eventi competitivi, si trova in maniera diffusa soltanto al Nord. Già al Centro non è così sviluppata, per non parlare poi del Sud. Quando supereremo il digital divide, potremo dirci alla pari con gli altri paesi”.
 
Il poker ha faticato e continua a faticare per farsi riconoscere come sport: secondo la tua esperienza decennale come valuti questo riconoscimento repentino dei videogiochi competitivi nel Coni? “Penso che la tendenza ad accomunare il poker al mondo del gioco d’azzardo in generale, e non a quello degli skill game, abbia influito negativamente sul percorso che avrebbe potuto portare il poker ad ottenere la stessa “dignità sportiva”, chiamiamola così, di discipline come gli scacchi o il bridge. Gli esport da questo punto di vista non corrono rischi, per fortuna. Ma dopo l’apertura del CIO, si sono già levati parecchi scudi: c’è chi obietta che stare dietro a uno schermo con in mano un joypad, o una tastiera e un mouse, non possa essere considerato uno sport perché non c’è abbastanza attività fisica. A parte che esistono tanti sport bellissimi dove lo sforzo fisico è relativamente contenuto, probabilmente manca una consapevolezza di base: i gamer professionisti sono ragazzi che si allenano duramente, tutti i giorni, diverse ore al giorno. Sotto questo punto di vista, non hanno nulla da invidiare agli sportivi tradizionali”, conclude.
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