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Relazione semestrale Dia, poker online e bische sotto la lente

  • Scritto da Redazione

La nuova Relazione semestrale della Dia passa in rassegna una serie di operazioni di polizia che hanno scoperto casi di gestione fraudolenta del poker online e bische.

 

Si parla anche di poker nella Relazione del ministro dell’Interno al Parlamento sull'attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione investigativa antimafia nel periodo compreso fra luglio e dicembre 2019, appena pubblicata.

 

La Relazione passa in rassegna una serie di operazioni per il contrasto al gioco illegale e alle infiltrazioni della criminalità organizzata nel settore.

 

Fra i casi riportati figurano le indagini sulla cosca Tegano di Reggio Calabria e “affiliati ad altre ‘ndrine del reggino (Pesce, Logiudice, i cosiddetti Ficareddi, Alvaro e Cordì), interessati alla gestione di una significativa rete di scommesse e giochi online, in continua espansione sul territorio europeo.

L’organizzazione ‘ndranghetista avrebbe esercitato abusivamente il gioco del poker e la raccolta di scommesse sportive a distanza su siti stranieri, non autorizzati e già inibiti dall’Agenzia delle dogane e dei monopoli, con sede Malta, in la Romania, in Austria, in Egitto e nelle Antille olandesi”, si legge nella Relazione.
 
“Sebbene centrata sull’organizzazione ‘ndranghestista, l’indagine ha consentito di individuare un patto criminale, risalente al 2006, con la camorra e la mafia, finalizzato alla distribuzione (in Campania, Sicilia e Calabria) di una serie di brand, gestiti tramite società riferibili a due imprenditori, espressione rispettivamente di gruppi camorristici (clan dei Casalesi) e di consorterie siciliane. Tale accordo era già emerso nell’ambito dell'operazione Hermes, nel corso della quale tuttavia, non era stato possibile individuare i referenti dell’organizzazione calabrese che avevano diffuso brand e siti di gestione delle scommesse sul territorio calabrese, come invece accaduto a seguito degli ulteriori approfondimenti investigativi effettuati, nell’ambito dell’operazione “Gambling”, corroborati anche dalle dichiarazioni di collaboratori di giustizia campani”.
 
Passando ai clan della provincia di Salerno, la Dia ricorda che “il 31 marzo 2016, nell’ambito dell’operazione 'Jamm Jamm', la Guardia di finanza ha eseguito un provvedimento cautelare a carico di un’associazione per delinquere dedita alla gestione di piattaforme di scommesse clandestine e del gioco d’azzardo online, diffusa sul territorio nazionale ed estero. Dell’organizzazione criminale facevano parte esponenti del gruppo Contaldo di Pagani (SA) e un soggetto legato alla cosca cirotana Farao-Marincola. Il sodalizio aveva proiezioni internazionali che spaziavano dal Canada al Regno Unito, da Malta al Montenegro. In quei Paesi erano ubicate le piattaforme illegali dei siti web per la raccolta delle scommesse clandestine e del poker su internet, piattaforme alterate in modo da impedire a qualsiasi giocatore di riscuotere vincite apprezzabili. I punti di gioco, gestiti da esercenti compiacenti, erano invece dislocati in buona parte dell’Agro Nocerino, oltre che a Mercato San Severino”.
 
Nel panorama calabrese, una tra le più rilevanti operazioni condotte nel settore è senza dubbio l’inchiesta 'Gambling' conclusa il 22 luglio 2015 dalla Dia di Reggio Calabria, unitamente alla Polizia di Stato, all’Arma dei carabinieri ed alla Guardia di finanza, “chiaramente indicativa degli interessi della ‘ndrangheta verso il mondo delle scommesse e dei giochi online.
L’inchiesta trae origine dagli esiti investigativi dell’operazione 'Breakfast - giochi on line', conclusa l’8 maggio 2014 dalla Dia con l’esecuzione di una misura restrittiva nei confronti di 8 soggetti, ritenuti responsabili, a vario titolo, di trasferimento fraudolento di beni e procurata inosservanza di pena. Nel corso dell’operazione sono state sequestrate società per un valore stimato di 50 milioni di euro.
L’indagine ha delineato l’operatività di un’organizzazione criminale che gestiva una significativa rete di scommesse e poker online, in continua espansione sul territorio europeo.
Nel caso di specie è stato acclarato il trasferimento delle piattaforme di gioco dall’Italia a Malta.
Gli esiti dell’attività investigativa sono confluiti, come detto, nella nota inchiesta 'Gambling', conclusa con l’esecuzione di una misura restrittiva nei confronti di 47 soggetti, ritenuti responsabili di associazione di tipo mafioso (con proiezioni transnazionali), riciclaggio, truffa ed esercizio abusivo di attività di gioco e scommesse, connessi alla gestione illecita di imprese - in parte attive in Italia, in parte stanziate all’estero - dedite all’acquisizione di licenze e concessioni governative, che servivano ad occultare l’esercizio di attività di giochi e scommesse a distanza, in violazione della normativa nazionale di settore, fiscale ed antiriciclaggio.
L’attività d’indagine ha fatto luce su come soggetti appartenenti alle consorterie calabresi, avvalendosi di società di diritto maltese, avessero esercitato abusivamente l’attività del gioco e delle scommesse online anche in altri Paesi europei, tra cui l’Austria, ove (ad Innsbruck) è stata anche sequestrata una società. Ancora una volta è emersa la capacità della ‘ndrangheta di operare alla stregua di una vera e propria holding dell’illecito, partecipata in primis dalla cosca Tegano e con ruoli decisionali affidati a soggetti affiliati ai Pesce, Logiudice, i cosiddetti Ficareddi, Alvaro e Cordì. Tale 'strategia d’impresa', poi, non ha trascurato la possibilità di far aderire alla rete commerciale anche imprese colluse con Cosa nostra e con la camorra. È stata così strutturata gerarchicamente una rete commerciale che dal territorio reggino era in grado di controllare società in Austria, in Spagna e in Romania, attraverso una società di riferimento stabilita a Malta, che in passato aveva operato utilizzando anche licenze delle Antille olandesi e di Panama. È risultato, quindi, evidente come l’organizzazione avesse mutato la propria sede di interessi a seconda del Paese che garantiva una minore imposizione fiscale, mantenendo però sempre saldo il centro decisionale e operativo a Reggio Calabria”, si legge ancora nella Relazione.
 
Per quanto concerne il vibonese, il 16 febbraio 2019, “i Carabinieri e la Guardia di finanza, nell’ambito dell’operazione poi ribattezzata 'Vibo Poker Texas', hanno scoperto, nel capoluogo, una bisca clandestina all’interno di un circolo privato (sorvegliato da apposite 'vedette' e poi sottoposto a sequestro unitamente ad una somma rinvenuta ammontante a più di 4 mila euro), ove erano presenti 9 persone tutte denunciate per esercizio aggravato del gioco d’azzardo. Tra i partecipanti anche un giocatore di poker di fama internazionale, nonché personaggi considerati contigui alla famiglia Fiarè di San Gregorio d’Ippona (Vv).
Le sinergie con le organizzazioni criminali calabresi trovano riscontro anche in altre importanti operazioni del passato fra cui, ad esempio, la nota inchiesta 'Black Monkey' della Dda di Bologna, conclusa dalla Guardia di finanza il 23 gennaio 2013, ove emergeva la figura di un imprenditore potentino che, unitamente ad altro soggetto organico alla cosca Mazzaferro di Marina di Gioiosa Ionica (Rc), promotore e organizzatore di autonoma struttura criminale (gruppo Femia), aveva costituito una società di fatto per la gestione di alcuni siti di diritto romeno i quali “sull’intero territorio nazionale consentivano, ai soggetti abilitati dall’associazione, il gioco online in assenza di concessione dei Monopoli, collegate - sempre in via informatica e telematica - a locali accessibili al pubblico distribuiti sul territorio nazionale ove i giocatori, per il tramite di postazioni pc dotate di specifici sistemi applicativi, e previa attivazione di un 'conto gioco' con versamento fisico di denaro al gestore della sala, potevano partecipare a giochi con vincite in denaro quali il poker online secondo modalità difformi da quelle lecite in Italia, perché integranti il gioco d’azzardo ovverossia senza determinazione della puntata e vincita massima e con predominanza dell’alea sulle capacità tecniche del giocatore”.
 
Dalle attività investigative sono emersi, tra l’altro, "contatti tra la predetta compagine di matrice calabrese e un esponente del gruppo Marra, 'correo attivo nella provincia di Lecce (Galatina)', già emerso in precedenti indagini sempre relative al mondo del gaming, al quale 'l’organizzazione Femia' forniva apparecchi da intrattenimento video slot illegali con schede modificate. Nella complessa e articolata attività dell’organizzazione, connotata da profili innovativi dal punto di vista imprenditoriale, il soggetto potentino, noto nell’ambiente dei giochi online e proprietario di un sito regolarmente autorizzato, è risultato essere proprio l’ideatore e il primo referente dei siti romeni.
Le specifiche capacità manageriali dell’imprenditore potentino e la sua particolare versatilità volta a eludere le normative di settore sono emerse anche in altre operazioni di polizia giudiziaria come 'Rischiatutto' della Dda di Napoli (27 giugno 2013), 'Game over' della Dda di Potenza (17 luglio 2013) e 'Jamm Jamm' (31 marzo 2016), dove è emerso come, pur non essendo affiliato ad alcun clan, egli rappresentasse un’indispensabile cerniera anche per gli interessi della criminalità organizzata campana”.
 
L’inchiesta 'Imitation game', conclusa dalla Polizia di Stato e dalla Guardia di finanza il 13 gennaio 2016, ha riguardato una complessa struttura associativa transnazionale, “dedita al controllo del gioco d’azzardo, attraverso una rete illegale, nazionale ed estera, di giochi online e videolottery che consentiva di aggirare la normativa di settore e, omettendo fraudolentemente il versamento dei tributi erariali per la concessione di gioco, di realizzare plurime truffe ai danni dello Stato.
Il gioco illecito veniva realizzato attraverso la costituzione di siti (per il poker online) non autorizzati dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli, ai quali si accedeva da remoto, cioè da server collocati all’estero e riferibili a società operanti ancora in altri Paesi (Romania, Georgia, Turchia, Kenya, Malta, Cipro, Americhe, Australia), gestite dagli indagati.
L’organizzazione, che faceva capo al più volte citato imprenditore potentino, da anni residente a Roma, era composta da soggetti vicini alla camorra (Casalesi, gruppo Zagaria, e altri clan napoletani), alla ‘ndrangheta (cosca Mazzaferro di Marina di Gioiosa Jonica-RC) e alla criminalità romana. Il sodalizio, oltre a gestire numerose apparecchiature situate soprattutto in locali ubicati a Roma e Ostia, era attivo in altre regioni (Lombardia, Emilia Romagna, Campania, Puglia, Calabria), dove operava in accordo con gruppi criminali locali.
La complessa vicenda processuale ha avuto origine dalle indagini su un omicidio ed un tentato omicidio verificatosi a Ostia il 18 aprile 2011, all’interno di una sala giochi gestita da due degli indagati. I successivi approfondimenti hanno consentito di accertare l’operatività di un’organizzazione criminale alla quale faceva capo un complesso sistema che utilizzava siti di gioco non autorizzati dall’Agenzia delle dogane e dei monopoli, gestiti da un server localizzato a Tampa (Florida, Usa), mentre in Romania aveva sede una società dove fisicamente lavoravano sia il personale dell’assistenza ai siti, sia gli 'esperti informatici' che avevano la possibilità di accedere direttamente al server. Come già detto, le società facevano riferimento all’imprenditore potentino, già coinvolto nell’inchiesta 'Rischiatutto' e in altre ancora, indicato come vera e propria cerniera tra gli interessi della criminalità organizzata (quella romana, calabrese e casalese), con la quale collaborava pur non essendone affiliato, e il mondo della tecnologia informatica, in virtù delle sue capacità di realizzare 'chiavi in mano' risorse web dedicate al gioco online, e per questo ricompensato con una percentuale che oscillava tra 10 ed il 20 percento degli incassi.
Ai server si accedeva 'da remoto', ossia da apparecchiature installate in numerose sale gioco presenti sul territorio di Roma, di Ostia, sul litorale laziale e su altre parti del territorio nazionale, dove sono risultate collocate le apparecchiature da gioco (Vlt).
Tra gli indagati figura anche il più volte citato esponente del gruppo Femia, contiguo alla famiglia Mazzaferro di Marina di Gioiosa Ionica (RC), al quale facevano capo alcune società operanti nel settore dei video giochi, con sede in Emilia Romagna, coinvolto nelle attività di poker online praticato su siti illegali. L’organizzazione riusciva ad incassare ingenti guadagni illeciti, che venivano successivamente versati su conti correnti esteri per poi rientrare in Italia attraverso l’acquisizione di beni, oggetto di un sequestro del valore di circa 10 milioni di euro, tra i quali spiccano società che avevano tra i propri assets sale gioco e attività di ristorazione, oltre ad autovetture, conti correnti e depositi bancari”.
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